
Nel cuore di Milano, tra le attuali vie San Gregorio, via Lazzaretto, viale Vittorio Veneto e corso Buenos Aires, sorgeva un tempo una delle strutture più imponenti e significative della città: il Lazzaretto. Oggi quasi scomparso, per secoli fu il simbolo della lotta contro le epidemie di peste, un luogo di isolamento, cura e speranza durante alcune delle pagine più drammatiche della storia milanese.
Le origini del Lazzaretto: la risposta alla peste
Nel Medioevo Milano venne più volte colpita da violente epidemie di peste. La necessità di isolare i malati per limitare il contagio spinse le autorità cittadine a progettare spazi dedicati esclusivamente agli appestati.
Già nel 1456 Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti avevano promosso la costruzione della Ca’ Granda, primo grande ospedale pubblico lombardo. Ma con il tempo emerse l’esigenza di una struttura specifica per le malattie contagiose. Nel 1486, grazie al lascito del conte Galeotto Bevilacqua, vennero raccolti i fondi per costruire il Lazzaretto su un’area allora esterna alla città, vicino a Porta Orientale.
Il progetto fu affidato all’architetto Lazzaro Palazzi, ispirato dalle idee di Filarete. Il complesso, realizzato tra il 1489 e il 1509, aveva una pianta quadrata di circa 378 per 370 metri, con una cappella centrale e 288 camere disposte lungo i lati sotto un porticato sostenuto da centinaia di colonne di marmo.
Com’era fatto il Lazzaretto
Il Lazzaretto era concepito come una piccola città autonoma, progettata per contenere il contagio. Era circondato da un fossato e dotato di due ingressi principali: uno controllato da soldati e l’altro collegato al camposanto.
Le stanze erano essenziali ma funzionali: ogni ambiente disponeva di finestra con inferriata, camino, latrina collegata al fossato e un semplice letto di paglia. Agli angoli si trovavano gli spazi destinati a medici e barbieri, figure fondamentali nella medicina dell’epoca.
Al centro del quadrilatero sorgeva una cappella dedicata a Santa Maria della Sanità, pensata per permettere ai malati di assistere alle funzioni religiose senza uscire dalle proprie stanze. Durante l’epidemia del 1576, la struttura centrale venne sostituita dalla chiesa di San Carlo al Lazzaretto, voluta da Carlo Borromeo.

Il Lazzaretto durante le grandi epidemie
Il complesso ebbe un ruolo centrale durante alcune delle peggiori epidemie che colpirono Milano.
Nel periodo tra il 1524 e il 1529, durante la cosiddetta peste di Carlo V, si verificò il primo utilizzo massiccio del Lazzaretto, tanto che furono costruite tettoie temporanee per ospitare tutti i malati.
Tra il 1576 e il 1578, durante la peste di San Carlo, il numero degli infermi aumentò ulteriormente e vennero costruite capanne sia all’interno sia all’esterno del recinto.
Il momento più drammatico arrivò però con la peste del 1629-1631, descritta da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. In quei mesi il Lazzaretto arrivò a ospitare fino a 16.000 persone al giorno, diventando il simbolo della tragedia sanitaria che colpì la città.

Un luogo tra storia e memoria collettiva
Dopo il Seicento il Lazzaretto perse gradualmente la sua funzione originaria. Nel corso del tempo venne utilizzato per attività agricole, militari e industriali.
Con l’espansione urbana dell’Ottocento, tra il 1882 e il 1890, la struttura venne quasi completamente demolita per fare spazio ai nuovi quartieri cittadini. Oggi restano solo alcune testimonianze: un tratto del porticato in via San Gregorio e la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, restaurata e riaperta al culto nel 1884.
Il Lazzaretto di Milano rappresenta ancora oggi una testimonianza fondamentale della lotta della città contro le epidemie e dell’evoluzione delle pratiche sanitarie nel corso dei secoli. La sua storia è legata a figure simboliche come San Carlo Borromeo ed è entrata nell’immaginario collettivo soprattutto grazie alla letteratura manzoniana.
Anche se per molti milanesi il nome richiama i ricordi delle interrogazioni sui Promessi Sposi, questo luogo conserva un fascino particolare: un pezzo di città che racconta paure, speranze e capacità di resistere alle crisi.


